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Un calcio in bocca fa miracoli

Un calcio in bocca fa miracoli

UN CALCIO IN BOCCA FA MIRACOLI

Dall'omonimo romanzo di Marco Presta

Giulio Einaudi editore

Con Giancarlo Cosentino, Federica Aiello e Mario Migliaccio

Elementi di scena Armando Alovisi

Musiche Canio Fidanza e Massimo Maraviglia

Costumi Patrizia Visone

Aiuto Regia Sabrina Bonomo

Direzione tecnica Antonio Minichini

Grafica Luca Serafino

Adattamento e regia Massimo Maraviglia

 

 

È la storia di un ex falegname, un "vecchiaccio" maniaco ladro di penne che, prima di chiudere bottega, decide di lasciare la sua arte e i suoi attrezzi a un giovane apprendista. Pur di imparare un mestiere, il ragazzo sopporta le piccole angherie di Vecchiaccio e soprattutto i suoi incresciosi soliloqui, che quasi sempre hanno come protagonista Armando il Pizzicagnolo, "l’oracolo dello stracchino". Armando, "anzianopazzo e disadattato" (così lo definisce Vecchiaccio), è di fatto il suo alter-ego ed unico amico, e in quanto tale un po’ non lo regge e un po’ lo segue e lo asseconda nei suoi bislacchi piani, come quello di cercare due giovani a suo avviso tra loro compatibili e adatti a una storia d’amore quasi d’altri tempi.  Così, nel racconto di Vecchiaccio, vediamo Armando girovagare per negozi, strade, bar, fino a quando intercetta i due soggetti adatti al piano: Giacomo e Chiara, due ragazzi come milioni al mondo, lei commessa di profumeria, lui giovane disoccupato. Come uno scaltro (e improbabile) agente segreto, Armando spende la gran parte del suo tempo e i risparmi di una vita a organizzare, concertare, controllare tutti i passi necessari a che i due giovani s’incontrino e proseguano insieme. Il tutto, nell’ombra e con la complicità dello stesso Vecchiaccio recalcitrante. Al racconto principale s’intrecciano altri due piani di narrazione, in qualche modo correlati tra loro: i disperati tentativi (dai toni grotteschi e a un tempo poetici) di Vecchiaccio intento a conquistare la procace portinaia dello stabile in cui abita, e le pericolose incursioni salutiste della figlia Anna, sua spina nel fianco, suo "grillo" e, forse, suo unico grande amore.  Come in ogni storia che si rispetti, ciò che accade diviene il pretesto per raccontare d’altro. Vecchiaccio parla di una vecchiaia che non rinsecchisce e che a dispetto di tutti i conti da fare con i malanni, coi desideri mancati, i matrimoni falliti, gli amori negati, il fracasso insopportabile della vita stessa, conserva e accarezza le cose importanti e con esse si accompagna, tra un rimbrotto, uno scherzo di cattivo gusto, un ricordo ridicolo, un gesto affettuoso, fino alle soglie del gran finale.  

 

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